Le campane
di Charles Dickens
Dati tecnici:
Titolo originale: The Chimes
Traduzione: Marisa Sestito
Casa Editrice: Tascabili Economici Newton
Collana: 100 pagine 1000 lire n. 124
Pagine: 91
Anno: 1844 (in Italia dal ??? – la mia edizione è del 1993)
Genere: racconto natalizio
Trama: Inghilterra. Metà Ottocento.
Sta per arrivare Capodanno. Toby Weck, detto Trotty, è un pover’uomo che lavora instancabile da mattina a sera consegnando messaggi per pochi scellini.
La sua grgia giornata è allietata dall’arrivo della figlia Meg, che gli comunica di aver accettato di sposare il fidanzato Richard proprio il primo giorno del nuovo anno per iniziare una vita insieme.
Ma alla gioia che di primo acchito Trotty prova alla notizia, subentrano gli ammonimenti preoccupati e denigratori del giudice di pace Alderman Cute, che invita i due a non unirsi per nessuna ragione al mondo, pena una vita di stenti ed infelicità.
Da questo momento inizia per Trotty uno stato d’animo di profondo disagio e di scoramento, che lo porterà ad un’avventura fantastica.
Tra vagabondi ricercati e bambine speranzose, politici paternalistici e negozianti generose, i rintocchi delle campane della chiesa adiacente alla casa di Trotty e Meg batteranno il tempo che passa e raccoglieranno, impietose e sagge, le paure di Trotty fino a che…
Commento: Le campane è il secondo (su cinque) racconto natalizio di Charles Dickens, scritto l’anno successivo dell’immortale Il canto di Natale e l’anno prima de Il grillo del focolare. Se nel primo ad essere coinvolto nella magia natalizia era un anziano ricco ed egoista, in questa storia sono i bassifondi della società ad essere raccontati, in contrasto con i politici e l’alta borghesia, per ridare loro una dignità così spesso dimenticata anche ai giorni nostri.
L’ispirazione sopraggiunse a Genova, quando, aprendo la finestra della villa in cui alloggiava, lo scrittore inglese udì le campane suonare forti ed invitanti.
Trotty
Politically scorrect – Un accusa alla società ancora molto attuale
Questo romanzo breve può interpretarsi come una profonda denuncia sociale contro la società del tempo (e così simile a quella attuale) e su come i modi in cui viene trattata la povera gente siano in realtà due facce della medesima medaglia.
Da una parte abbiamo il Giudice di Pace Alderman Cute (ispirato notoriamente a Sir Peter Laurie, già Sindaco di Londra e all’epoca del racconto magistrato del Middlesex) che vuole eliminare le classi sociali più povere, ritenendole verbalmente la causa di tutti i mali della terra e nascondendo quanto invece sia chi sta al poter a rendere il sistema povero e conflittuale (spettacolare come Dickens riesca a rispecchiare questa dicotomia con l’episodio della trippa che Trotty stava mangiando e rubata da Cute). Il comportamento di Cute, astioso e ostinato, ottuso e pieno di pregiudizi, sarà la molla scatenante che farà inanellare tutti gli eventi e che instilla nella mente di Trotty la convinzione che chi appartiene alla classe sociale più povera ha dentro di sé una vena di cattiveria e di impurità che le impedisce di anelare a migliorare la propria condizione, quasi fosse una maledizione divina.
Sir Peter Laurie
Dall’altra vi sono i ‘filantropi’ (rappresentati dal politico Sir Joseph Bowley) che millantano un sostegno alla povera gente, sempre in lotta per sopravvivere, dando un sostegno economico e indirizzando le loro opere. Tuttavia questi ‘filantropi’ altro non vogliono che dirigere la vita della povera gente in toto, togliendo loro qualsiasi anelito non solo di libertà ma anche di decisionalità. I poveri sono visti da questi ‘filantropi’ come persone di basso livello, che devono solo rispettare le regole che vengono imposte loro, non devono disubbidire e devono vivere una vita diretta dall’alto dalla classe dirigente. Se non svolgono pedissequamente quello loro ordinato, sono destinati ad andare in prigione per debiti o a vivere raminghi senza lavoro né soldi.
Ma che agisca Cute o Bowley, la povera gente è sempre rinchiusa nel suo mondo, sfruttata fino all’ultima goccia di sangue e destinata a vivere senza possibilità di migliorare, cambiare, rovesciare chi li comanda ingiustamente.
Dai fantasmi dei Natali agli spiriti delle campane
La voce della coscienza in questo romanzo è rappresentata dagli spiriti delle campane, che richiamano e rimproverano severamente Trotty. Si tratta di figure in un certo qual modo simili ai fantasmi dei Natali passati, presente e futuri del più celebre Canto di Natale.
Anche in questo caso gli spiriti mostrano a Trotty il futuro… che sarebbe stato? Che era? Che si poteva cambiare?
Molto ambiguo è il parlare degli spiriti e Trotty (morto o vivo? Sognante o spirito ormai anch’egli?) è in lotta perenne tra le sue convinzioni sulla bassezza morale della sua classe sociale e la speranza che i suoi timori non siano veri…
La profonda religiosità – La speranza vs l’ineluttabilità della disperazione
Ed è proprio questo il finale che Dickens vuole donare ai suoi lettori: la speranza.
La vita di nessun uomo è marchiata o già forgiata.
Chiunque può migliorare o anelare ad un futuro dignitoso e ricco di Bene…
Un finale illuminante, che svela la profonda religiosità di Dickens e la forza della sua penna.
“Possa anche il più umile dei nostri fratelli e delle nostre sorelle non essere privato della sua legittima parte di quel che il nostro Creatore ha destinato al suo godimento”. (pag. 91).
Meg, il Bene
E chi sceglie Dickens per dimostrare che il Bene trionfa sempre e entra a far parte della vita di tutti? La dolce e vigorosa Meg, la figlia di Trotty.
E’ lei, donna forte e virtuosa, che mostra a Trotty che, nonostante le mille brutture che la vita regala alla povera gente, si può vivere con dignità e tutti i gesti sono dettati dall’amore più profondo, anche quelli che all’apparenza sembrano dire il contrario.
Nel vedere quel futuro misero e triste, Trotty continua a ripetersi che la sua Meg rimane buona… rimane buona.
Significativo che questo ruolo venga ritagliato attorno ad una donna, vista come il caposaldo del focolare domestico, senza il quale una famiglia non può sopravvivere.
Trotty con la figlia Meg
Lo stile di Dickens – Quando tutto si intreccia perfettamente
Infine, un richiamo all’inconfondibile stile di Charles Dickens, capace di far confluire tutte le storie narrate verso un finale unico, inaspettato ed intrecciato. Tutti i personaggi assumono una luce ed un’importanza diversa, una volta giunti all’ultima pagina, come se si trattasse di un immenso mosaico abilmente manovrato in cui il lettore, infine, si trova quasi a casa ed applaude per gli colpi di penna rimasti celati ma così… perfetti.
Splendido.
Charles Dickens
Complessivamente si tratta di un racconto estremamente interessante, che meriterebbe di essere riscoperto. Attuale e disarmante. Capace di far riflettere e di indurre ad interrogarsi sull’arida società in cui viviamo.
Peccato che la traduzione non sia all’altezza del grande cantore inglese e spesso si ha difficoltà a comprendere cosa accade e perché (mi era capitato anche per Il grillo del focolare della stessa edizione).
Letto: 8 – 15 dicembre 2025
Voto: 8 al libro; 10 a Charles Dickens, 3 alla traduzione, 7 alla copertina.
Stelle mozzafiato: ****½
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